Colizzi: fuori da SEL, continuando l'impegno politico
giovedì 24 gennaio 2013
La mia vicenda alle primarie regionali per la scelta dei candidati al Parlamento, che ancora una volta i cittadini non potranno votare direttamente, si è conclusa amaramente. Sono mancate le dovute risposte ai concreti sospetti di brogli, il cui accertamento, in difesa del principio di legalità, ho affidato con fiducia agli organi competenti della magistratura.Sul piano politico, mi sono perciò autosospeso da ogni carica interna rivestita in Sinistra Ecologia e Libertà (componente assemblea nazionale, membro della segreteria regionale, del coordinamento provinciale e del circolo di Ostuni), declinando la mia disponibilità a candidarmi nelle liste di SEL.
Per quanto poco rilevanti possano essere le mie scelte, per un bisogno di onestà intellettuale, con serenità e senza rancori di alcun genere, dichiaro ora pubblicamente conclusa la mia esperienza interna a SEL, di cui non rinnoverò l’iscrizione e che non voterò alle prossime elezioni di febbraio.
In questi giorni, ripercorrendo i due anni e mezzo di vicinanza a SEL, dalla mia candidatura di servizio alle elezioni regionali del 2010 ad oggi, ho valutato come inutile la mia presenza negli organismi dirigenti di SEL, ove avevo sperato di poter portare il mio mondo, le mie esperienze, le culture che mi avevano meticciato negli anni, le visioni che tuttora mi sospingono e le tante persone che collaborano con me in Puglia e in Italia. Mi sono accorto - tardivamente lo ammetto - che la distanza tra la narrazione di Nichi Vendola e il partito di cui è presidente nazionale non è dovuta al caso o a semplici ritardi organizzativi.
In realtà, non di un “partito nuovo” si tratta, e nemmeno di un “nuovo partito”, bensì di un modo effettivo di funzionamento vecchio e fin troppo sperimentato nel Novecento. Apparentemente democratica, e perfino movimentista, SEL in realtà è gestita in maniera giacobina, da un gruppo compatto “custode del progetto”.
Un progetto che, alla prova dei fatti, si è ridotto essenzialmente alla finalità precipua del “ritorno” in Parlamento di chi non vi era riuscito nel 2008 e non del necessario ingresso sulla scena politica di movimenti civili, associazioni di volontariato, reti culturali e competenze professionali tenute in gran parte fuori del recinto dei partiti esistenti.
Anzi, nella vita interna si sono perfino riaffacciate dinamiche orwelliane, tipiche della Fattoria degli animali (“alcuni animali sono più uguali degli altri”). Certo, nel sistema della rappresentanza degli interessi, tutti i partiti politici si sono progressivamente avvicinati alle istituzioni e via via più allontanati dalla società civile. Essi tendono a privilegiare gli interessi più paganti in termini elettorali, così come i gruppi di interesse privilegiano gli strati sociali più dotati di risorse materiali.
Tuttavia la necessità del nostro tempo, ne resto convinto, è quella di dare voce a chi non ha risorse numeriche o materiali ma è portatore di interessi e bisogni negletti e di esperienze di cambiamento nate dalla dedizione alla causa dei più deboli, degli ultimi. Se i partiti perdono membri o non ne acquisiscono di nuovi e le forme di partecipazione tradizionale sono sempre meno frequentate, tendono invece a crescere organizzazioni non governative, di volontariato, di cittadini e forme di azione non convenzionale. Crescono i movimenti per la giustizia globale, cresce la domanda di una democrazia non solo attenta – quando lo è – ai meccanismi della rappresentanza (voto ed elezioni) ma anche ai meccanismi della verifica dei risultati, intesi come soddisfazione degli interessi collettivi dei diversi gruppi della popolazione.
I partiti restano importanti, ma devono interagire ed arricchirsi sempre più con quanto si muove al loro esterno, nei diversi ambiti civili che lottano ed operano per i beni comuni, per la sanità pubblica, per la scuola pubblica, per la responsabilità sociale, ambientale ed etica delle attività economiche e finanziarie, per la centralità della persona nelle scelte di governo ai vari livelli, per la diffusione di comportamenti improntati alla legalità, alla onestà, alla trasparenza delle motivazioni. Declamare tutto ciò o prometterlo per un progetto di là da venire è vecchia politica.
La nuova e buona politica di un partito nuovo dovrebbe vedersi subito dai suoi comportamenti di concreta apertura, dal suo modo trasparente di funzionare, dai comportamenti dei suoi esponenti nella vita quotidiana, nei territori e nelle istituzioni.
E’ qui che mi pare abbia fallito – almeno sinora – SEL, ed è per questo suo tenersi ancorato alla solidarietà tutta interna al gruppo fondativo, per questo suo ritenersi, nei fatti, autosufficiente rispetto ad altre culture, ad altre esperienze , ad altre storie, pur a parole evocate ed invocate, che tantissime persone come me sono, in realtà, altro dal progetto, veri e propri corpi estranei o esotiche presenze prive di qualunque incidenza. Non posso dunque persistere nel mio errore, di pensare che SEL, a differenza di tante vuote istituzioni e di tante sedi di partito, possa diventare un luogo concreto ed attivo nella difesa degli ultimi e della loro visione del mondo, arricchito dai valori viventi del volontariato e della solidarietà. La fraternità resta a tuttoggi, e non solo nei partiti italiani, un valore non politico, un esile ponte tra le lotte per le libertà e quelle per l’uguaglianza, estremizzate nel Novecento nelle loro versioni caricaturali e perverse.
Quello che io chiamo l’amore politico nonviolento, filone carsico della storia italiana e mondiale, resta un approccio irriso e deriso all’interno dei partiti organizzati. E’ più utile, allora, far vivere con maggiore forza questo atteggiamento fuori dei partiti, nel mondo fluido di associazioni e movimenti alla ricerca del “potere di tutti”, come lo chiamava Aldo Capitini, e nell’impegno per “il diritto universale di avere diritti” come ben lo descrive Stefano Rodotà. Non basta lottare per sostituire un potere con un altro, per cambiare un’amministrazione o un governo nazionale.
Il mondo politico va chiamato con insistenza all’impegno per un’ampia rigenerazione dei poteri, affinchè essi siano resi responsabili. Il potere è dono e compito che viene consegnato per il nostro bene e per quello di tutti, è una originaria dimensione relazionale, interpersonale, responsoriale. Tuttavia, spesso la politica appare come una volta l’ha definita icasticamente Paul Valèry, “l’arte di impedire alla gente di occuparsi di quel che la riguarda”. L’ha ben compreso il movimento internazionale delle persone con disabilità, rappresentante di un miliardo di esseri umani, che sulle sue bandiere ha scritto “nothing about us without us” e che grazie alla sua autonomia ha conquistato la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità nel 2006.
Eppure la politica appartiene a tutti e non può non costituire la preoccupazione costante di ogni uomo libero. Del resto, qual è lo scopo fondamentale dell’associarsi dei cittadini in partiti? Ce lo chiarisce la nostra Costituzione, che all’art.49 esplicita questo scopo nel concorrere a determinare la politica nazionale utilizzando il metodo democratico. La Costituzione chiede dunque una forte coerenza tra lo scopo principe dei partiti e la loro modalità di funzionamento, che deve essere il più possibile democratica. Come ci si può candidare a rappresentare i cittadini e, anzi, a governarli, se la veste indossata non è candida? Partire col grigio, con delle macchie perfino evidenti non è certo il miglior viatico né la miglior garanzia. Ecco il grande vulnus di primarie in cui ai limiti strutturali si aggiungono le debolezze nel controllo e nella verifica della correttezza delle procedure seguite, nella trasparenza degli accadimenti, nella salvaguardia senza pesanti ombre della legalità democratica.
Quando viene a mancare o è fortemente carente il percorso interno che può sanare errori, azioni od omissioni, anche con decisioni forti, l’alternativa non può ridursi al silenzio. Questo potrebbe tradursi, nei fatti, in un atteggiamento obiettivamente collusivo o connivente, che calpesterebbe l’etica pubblica e civile che sta a fondamento della Repubblica Italiana. Certo, non si va a cuor leggero dai magistrati, impegnati in un lavoro già oneroso e complesso, ed è questo che consiglia cautela, ponderazione, attesa, studio, ascolto largo, approfondimento anche giuridico e legale.
E, alla fine, se non si riesce ad avvistare i necessari segnali di risposta democratica, parte integrante di quella rivoluzione politica per il bene comune e i diritti di tutti di cui l’Italia ha un enorme bisogno, non resta che tener viva la fiamma della rivoluzione civile.
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