Tu come tutto quello che tocchi
giovedì 6 settembre 2012

Presentato presso il museo provinciale "Ribezzo" il libro di Clara Nubile "Tu come tutto quello che tocchi" che esprime in forma narrativa le vicende, i sentimenti, le situazioni, i luoghi del primo periodo della SCU e del contrabbando.
Il titolo, emblematico, sta a rappresentare figurativamente il "SUD" che rimane letteralmente "attaccato" addosso in ogni posto in cui ci si trovi a vivere. Clara Nubile è nell'inserto audio.
La presentazione del libro purtoppo coincide con un altro delitto scu a S. Donaci, il che ci fa chiedere se realmente la sacra corona unita sia stata sconfitta.
Il romanzo è composto da 38 brevi capitoli, in ciascuno dei quali un personaggio si racconta, evoca o testimonia eventi, interloquisce con un intuibile interrogante. Prende corpo così una vicenda di mafia, anzi di Sacra Corona Unita, ambientata nella Brindisi e dintorni degli anni ’80-‘90.
Il titolo, emblematico, sta a rappresentare figurativamente il "SUD" che rimane letteralmente "attaccato" addosso in ogni posto in cui ci si trovi a vivere. Clara Nubile è nell'inserto audio.
La presentazione del libro purtoppo coincide con un altro delitto scu a S. Donaci, il che ci fa chiedere se realmente la sacra corona unita sia stata sconfitta.
Il romanzo è composto da 38 brevi capitoli, in ciascuno dei quali un personaggio si racconta, evoca o testimonia eventi, interloquisce con un intuibile interrogante. Prende corpo così una vicenda di mafia, anzi di Sacra Corona Unita, ambientata nella Brindisi e dintorni degli anni ’80-‘90.
Racconto polifonico, dunque. Le voci si levano, si interrompono, ricompaiono con cadenza irregolare e frequenza diseguale. Come viaggiatori inquieti, compongono la storia attraverso la luce della loro ottica, intensamente emotiva.
La prima impressione è quella di una struttura circolare: apre il romanzo la voce di Anna, adolescente ingenua ed esuberante innamorata di Dino il contrabbandiere, futuro marito e futuro boss sanguinario. Tornerà a parlare soltanto una seconda volta, nel capitolo finale, quando ai lontani sogni di ragazzina si è sostituita la desolata contemplazione dello sfacelo, l’amara fine del “fotoromanzo” della sua vita. All’interno, come tra due parentesi, sfilano gli altri “io” narranti, protagonisti viventi o già morti, umani e non.
In realtà ti accorgi poi che queste voci si collocano solitarie e mobili lungo una struttura elicoidale: si affacciano, si allontanano, si ripresentano in percorsi circolari, che pur tornando al punto di partenza, disegnano piani sempre nuovi. Si muovono nella narrazione come modulazioni drammaturgiche, voci e sguardi che si fanno storia e non si allontanano mai dal girone infernale di cui il racconto sparso ricostruisce gli abissi.
Focalizzazione interna, dunque, e sempre varia, talvolta straordinariamente sorprendente, come quando a parlare è la masseria del boss o il cane addestrato alle lotte clandestine o la pistola con cui viene ucciso Charlie, o altro ancora. Tuttavia non troviamo nulla di intellettualistico o filosofico; non percepiamo alcun intento di rappresentare la soggettività del vero o del reale (ricordate Rashomon?). L’autore è assolutamente insospettabile e irrintracciabile. Come in una dimensione verghiana, vi è spazio solo per i molteplici soggetti parlanti. Di contro ai quali, avvertiamo la presenza silenziosa di un personaggio non detto, l’ascoltatore. A lui paiono indirizzarsi le molteplici tessere del racconto. Un ascoltatore attivo, senza il quale non può costruirsi e completarsi il mosaico che tiene insieme i personaggi.
Storia di mafia, terra e amore, recita il preambolo. Vìola però completamente ogni convenzionale aspettativa di genere: non è romanzo di azione, né di gangster o di suspense, né romanzo sentimentale, non veste neppure i panni del romanzo di denuncia.
I personaggi e la loro lingua sono l’anima del romanzo. Da essi si sprigiona la caratteristica principale, quella che colpisce fortemente chi legge: la violazione sistematica degli standard di struttura e di linguaggio, l’allontanamento dal linguaggio usuale per farsi riflesso e specchio di emozioni e di particolari condizioni dello spirito. Una tessitura poetica straordinariamente evocativa, che nulla ha però di abbandono lirico. Al contrario, la scrittura, sempre rapida e incisiva, traduce con forte immediatezza il pensiero e l’animo dei personaggi. Essa trova concretezza in una sintassi per lo più paratattica: frasi brevi e coordinate o giustapposte che mettono in moto la collaborazione dell’ascoltante per scoprire i rapporti logici lasciati impliciti e ricavabili dal contesto o da mezzi parasintattici.
Si tratta di una struttura sintattica del parlato, spesso dialettale e disarticolata, e si alimenta di un fraseggiare che, anche quando è italianizzato, mantiene del dialetto la carenza grammaticale, le anomalie sintattiche, i modi di dire particolari, gli intercalari, le risonanze idiomatiche, le cadenze iterative, le ellissi. Il dialetto non trova spazio come ingenuità espressiva popolaresca, ma è lingua calata nel profondo del cuore dei personaggi.
Le scelte espressive costituiscono con i dati sentimentali, i valori tematici e i dati tempo-spaziali un’unità inscindibile. Spazi, orizzonti urbani e naturali, contesti materiali, non hanno nulla di accessorio, mai sono registrazione di un panorama o spettacolo naturale o ambiente oggettuale da parte di un implicito riguardante, ma sono intrinseci alle voci parlanti, spesso personificati essi stessi.
Per illuminare meglio i concetti esposti, giova guardare da vicino alcuni passi del testo.
Il mare è presente fin dal primo capitolo.
DANIELA D'ALO'
DANIELA D'ALO'
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